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Martina Brugnara, Elisa Cella, Andrea Cereda, Francesca Ferreri, Paolo Grassino, Adi Haxhiaj, Beatrice Meoni, Bernardì Roig, Patrizia Emma Scialpi, Mario Scudeletti, Eltjon Valle, Silvia Vendramel

Riparte in via A. Pennati 19 il secondo appuntamento di M.AR.CO. con l’arte contempora- nea in città. Nata a settembre 2015, l’associazione culturale Monza Arte Contemporanea, ha come obiettivo la diffusione dell’arte attraverso mostre in spazi non convenzionali. Mantenen- do fede alla sua natura nomade, questa seconda mostra collettiva è ospitata in uno spazio commerciale, trasformato per l’occasione in spazio espositivo. La vicinanza con il centro storico rende questa location un posto privilegiato per scoprire le nuove proposte contempo- ranee a due passi dal cuore cittadino.

Sebbene le opere siano differenti per linguaggi e scelte formali, rivelano tuttavia un intento comune volto a porre al centro della ricerca artistica l’uomo e le sue relazioni con l’ambiente che lo circonda. In alcuni artisti predomina l’analisi critica della società, in altri l’appartenen- za al luogo e il senso di memoria; quotidiano e immaginario si fondono in nuove possibilità formali.

Il percorso espositivo si snoda attraverso le relazioni e i confronti generati dal dialogo tra i diversi linguaggi espressivi; l’astrazione, la memoria, l’organico e l’artificiale convivono in un universo in continuo divenire.

Entrando nello spazio espositivo lo spettatore si trova di fronte a due grandi installazioni, due opere in cui quotidiano e straordinario si traducono in metafora della società contemporanea. “Salto Mortale” di Mario Scudeletti indaga il mondo scolastico e ci presenta un banco che fa il giro completo su se stesso. L’artista suggerisce con sottile ironia la necessità di rende- re dinamica una didattica talvolta chiusa in schemi rigidi e poco inclini a favorire lo sviluppo di personalità creative e ci invita a ribaltare le nostre rigide convinzioni a vantaggio di nuovi orizzonti mentali.

L’opera di Paolo Grassino sposta invece l’attenzione sul mondo degli insetti attratti e sedotti dalla luce e dal calore. L’istinto che spinge l’insetto verso la luce è lo stesso che lo condurrà alla morte; inevitabile metafora di kafkiana memoria di una società materiale e capitalistica che aliena sempre più l’uomo condannandolo ad essere schiavo e omologato. Un inquietante nucleo di bozzoli scuri pende dal soffitto e si collega ad un neon a terra: osservandolo ci im- maginiamo di assistere alla loro schiusa, osservatori inconsapevoli di un evento tanto affasci- nante quanto brutale.

I soggetti di Bernardì Roig, uno dei maggiori scultori spagnoli contemporanei, raccontano di un’inquietudine esistenziale che si riflette sulle espressioni dei volti, sulla figura umana isolata e costretta spesso da tubi al neon che gravano come fardelli. Il suo linguaggio colto e raffi- nato è pervaso da ispirazioni letterarie e cinematografiche. Erede di un linguaggio espressivo che trova in Franz Xaver Messerschmidt il suo capostipite, Roig utilizza la mimica facciale per raccontare inquietudini e ossessioni contemporanee; le sue perturbanti sculture-in- stallazioni mettono al centro del suo interesse l’uomo con le sue fragilità.

Elisa Cella, proseguendo la sua ricerca molecolare, presenta per la prima volta un’installazi- one a terra formata da centinaia di rondelle di metallo a formare un disegno apparentemente geometrico e modulare. L’opera trae ispirazione dalle fotografie al microscopio di un embri- one umano, colto nelle prime fasi di duplicazioni cellulari. L’uomo e la sua complessità genet- ica sono al centro dell’interesse dell’artista; la minuziosità della riproduzione manuale simula la lenta e magnifica riproduzione della vita.

Patrizia Emma Scialpi concentra la sua ricerca artistica sulla natura e sulla diversità dei legami e delle relazioni che intercorrono tra gli individui e i differenti contesti ambientali e storici. Nelle opere della serie “Love and Loss”, l’artista utilizza scatti fotografici sui quali interviene pittoricamente annullando la fisionomia dei personaggi. All’identità della figura si sostituisce un corpo in continuità con il paesaggio, del quale diventa parte integrante.

Le sculture in gesso di Francesca Ferreri nascono dall’assemblaggio di oggetti di uso co- mune con l’intento di dare vita ad un oggetto immaginario partendo da elementi già esistenti. L’artista lavora sullo spazio che esiste tra più oggetti e lo riempie con strati di gesso pigmen- tato; l’elemento spazio diventa così l’elemento di connessione, l’armatura dell’intera opera.

Analogamente al processo evolutivo, la forma è resa plasticamente nelle sue latenti poten- zialità trasformative. Un procedimento che non risparmia neppure l’opera figurativa in cui l’artista altera i tratti del volto nell’estrema distorsione dovuta all’espansione del segno fino al confine della tela.

La pittura di Adi Haxhiaj converte gli oggetti in soggetti dotati di vista e memoria. Dopo aver fotografato l’ambiente in cui questi si trovano, prima di appropriarsene, l’artista ricopre parzialmente le “cose” nel tentativo di assimilarle ai “luoghi” di appartenenza. Le superfici di questi oggetti-soggetti presentano un’imprimitura tradizionale e velature di colori trasparenti che formano una membrana pittorica, una seconda pelle in cui è impressa una memoria: ciò che appare è la realtà delle cose, la visione d’insieme, l’unità organica dell’ambiente che le circondava.

I Soffi di Silvia Vendramel sono composti da oggetti domestici dentro i quali il vetro viene soffiato e fatto espandere fino al limite del collasso, generando un dialogo serrato tra vetro

e metallo, tra gesto e memoria. Le sculture di Vendramel raggiungono una forma sulla base della imprevedibilità che la soffiatura genera; i vetri colorati avvolgono, distorcono e fondono in sé il metallo fino a creare un connubio indissolubile. La tragicità e la potenza di questa fu- sione simula una relazione amorosa, un atto di amore ma anche un conflitto che trasformerà irrimediabilmente entrambi gli elementi.

Beatrice Meoni è presente con un’opera pittorica su seta in dialogo con la scultura in vetro di Vendramel. Nasce un confronto intenso ed emotivo, dove alle tonalità del vetro rispondono quelle della pittura in uno scarto tra materiali che genera un nuovo equilibrio temporaneo e delicato. All’interazione artistica corrisponde un’empatia basata sull’ascolto e sul confronto delle personalità delle due artiste disposte a cogliere l’una le suggestioni dell’altra.

Il percorso espositivo prosegue nello spazio seminterrato che, ancor più del primo piano, costringe lo spettatore a confrontarsi fisicamente con le opere proposte.

L’installazione di Martina Brugnara formata da elementi in legno e attrezzi da lavoro, si impossessa dell’ambiente. Vicina alle teorie del nichilismo di matrice nietzschiana, l’artista nega significati e concetti della cultura occidentale. Martelli, seghe, forconi, cacciaviti, asce e pinze perdono la loro connotazione di oggetti pericolosi e si trasformano in una struttura delicata e raffinata; la loro funzione pratica e utilitaria viene negata ed è subordinata ad una fruizione prettamente visiva. Pur essendo apparecchi a riposo, la loro pericolosità latente rimane tuttavia evidente, creando una sorta di turbamento.

I quadri geologici di Eltjon Valle pervasi di petrolio sono opere emblematiche, dal forte accento di denuncia. L’artista ha prelevato campioni di terreno inquinato nei luoghi della sua terra d’origine, Kucova, una delle zone petrolifere più vaste ed importanti dell’Albania. Mod- erno archeologo, Valle preleva campioni di terra e bitume e ce li rende sotto forma di opere da toccare e da annusare, coinvolge i nostri sensi e ci fa riflettere sulle terribili conseguenze dello sfruttamento selvaggio dell’ambiente.

Un’installazione di Andrea Cereda, formata da vasche di carriole arrugginite e sovrap- poste a formare dei gusci bivalve, invade lo spazio e ci costringe ad attraversarle. Ciò che sta all’interno è protetto ma anche celato all’occhio dello spettatore; il titolo, emblematico, dell’opera è “Custodi”, corazze consumate dal tempo, barriere protettive che preservano il contenuto dalla profanazione dello sguardo. Siamo dinnanzi ad involucri che custodiscono gelosamente un segreto, una pulsione, la vulnerabilità dell’individuo che ha bisogno di prote- ggere ciò che di più umano e intimo lo caratterizza.

Chiude la mostra la video installazione “Neith” di Patrizia Emma Scialpi che si basa su

una visione fallimentare; il titolo riprende il nome di un ipotetico satellite del pianeta Venere, avvistato da vari astronomi a partire dal XVII secolo e ufficialmente da Giovanni Domenico Cassini nel 1686, smentito però quasi un secolo dopo. Si trattava infatti di un’illusione ottica, l’immagine di Venere era così luminosa che veniva riflessa dall’occhio per poi rientrare nel telescopio e creare una immagine secondaria di scala più piccola.

Si ringrazia il dott. Armando Villa per aver messo a disposizione lo spazio espositivo.