BERNARDì ROIG

“BLOW UP”

 “Non vedeva nulla , ma ben lontano dal preoccuparsi per questo, fino a quest’assenza di visione il punto culminante del suo sguardo. Il suo occhio inutile per la vista, acquisiva proporzioni straordinarie, si sviluppava in modo smisurato ed estendendosi sull’orizzonte, lasciava che la notte penetrasse fino al suo centro per ricevere il giorno. In mezzo a questo vuoto si confondevano lo sguardo e l’oggetto guardato”  Maurice Blanchot nel ruolo di Thomas l’oscuro.

Nel 1966 Michelangelo Antonioni adatta il racconto di Julio Cortazar “Las barbas del diablo” (La barba del diavolo) e lo trasforma in Blow up, film di culto che ritrae la vita accelerata e la freschezza della generazione Pop che viveva a Londra negli anni sessanta. Thomas (il fotografo di Blow up) in una chiara allusione al romanzo di Maurice Blanchot (Thomas l’oscuro) decide dopo aver cercato quadri di paesaggi da un antiquario, di andare al Marion Park a procurarseli con la sua macchina fotografica. Lì è dove il suo voyerismo gli fa scoprire che si è commesso un crimine. Thomas nel suo ruolo di professionista della visione si ossessiona con quella scoperta come accade a L.B Jeffries (James Stuart) nel film di Hitchcock “La finestra sul cortile”. In entrambi i casi si tratta di guardare in modo ossessivo e insistente perchè c’è sempre qualcos’altro da scoprire. Quel qualcosa è ciò che resta sottratto allo sguardo e che ne produce il significato. Thomas (il fotografo) sa che vive in un mondo frammentato, che l’individuo non coincide con quel mondo e che ciò che lui guarda non coinciderà mai con l’oggetto guardato. C’è sempre qualcosa in ciò che guardiamo che ci fa trascendere ciò che stiamo osservando. Di questo parlano le immagini, di affinare lo sguardo a tal punto da polverizzare i limiti del mondo delle apparenze.

Il progetto BlowUp di Bernardi Roig per poter essere sviluppato nel parco della Villa Reale di Monza richiede l’ubicazione di cinque statue bianche di alluminio a grandezza naturale che si confrontano e dialogano costantemente con lo spazio naturale del paesaggio. Le sculture, nascoste tra il fogliame e gli arbusti del parco, obbligano ad un percorso di rivelazione dell’immagine occulta da parte dello spettatore. Una mostra di sculture che pur essendo pesanti e voluminose sembrano non essere presenti. Come Thomas (il fotografo) che ci obbliga attraverso il suo sguardo trasversale, a seguire le tracce in cui inserire il significato, Bernardi Roig con il suo intervento nel parco della Villa Reale, cerca di situare lo spettatore più in la del suo stesso sguardo. Tutto il suo lavoro è sempre stato basato su una stretta relazione e tensione con la memoria delle immagini, usando sempre, la luce come metafora di quella stessa memoria. È l’intreccio del racconto che ci permette di affrontare nuovamente l’eredità visiva e che ci rimetterà in prima linea con le emozioni.

Attraverso la sua opera plastica, principalmente sculture bianche create con i calchi di persone reali, che sono un riflesso post-mitologico sul senso stesso della figura umana, come ultima e solitaria presenza, Bernardi Roig propone un itinerario basato su idee vincolate all’atto eroico del guardare. Usando la luce, non per illuminare ma al contrario, per accecarci, obbliga allo sforzo di esplorare un’immaginario ingabbiato nella nostra memoria impressa.

I suoi ultimi lavori non sono altro che un’emozione, vanitas contemporanea che ci edifica attraverso l’impossibilità della creazione, per proseguire il cammino sulle ceneri dell’immagine. 

BERNARDì ROIG

“BLOW UP”

“He never saw anything, yet, completely unworried about this, the absence of vision became the high point of his view. His eyes, useless for seeing, acquired extraordinary proportions and developed in such an outlandish way as to extend as far as the horizon, and to let night penetrate his centre until the day arrived. In the midst of this void his gaze and the object looked at became mixed together”. Maurice Blanchot, “Thomas the Obscure”.

In 1966 Michelangelo Antonioni adapted Julio Cortazar’s story “Las barbas del Diablo” (The Devil’s Beard) and transformed it into Blow-Up, the cult film that portrayed the high-powered life and freshness of the Pop generation living in London in the 1960s. Thomas (the photographer in Blow-Up), in a clear allusion to Maurice Blanchot’s novel (“Thomas the Obscure”) decides, after having searched for landscape paintings from an antiques dealer, to go to Marion Park to buy a camera. It is there that his voyeurism leads him to discover that a crime has been committed. Thomas, in his role as a professional of vision, becomes obsessed by the discovery, just as had happened to L.B. Jeffries (James Stuart) in Hitchcock’s film “Rear Window”. In both cases we are dealing with looking in an obsessive and insistent way because there is always something else to discover. That “something” is what is removed from sight and that produces its meaning. Thomas (the photographer) knows that he is living in a fragmented world and that what he looks at will never coincide with the object observed. There is always something in what we look at that makes us go beyond what we are observing. This is what the images speak about: of refining our gaze to the point of pulverising the limits of the world of appearances.

In order to be developed in the park of Villa Reale in Monza, Bernardi  Roig’s Blow-Up project requires the positioning of five, life-sized, white aluminium statues that face each other and constantly dialogue with the natural space of the landscape. The sculptures, hidden among the greenery and shrubs of the park, force the viewers to search for the revelation of the hidden image. This is a show of sculptures that, while being heavy and voluminous, seem not to be present. Just as Thomas (the photographer) obliged us, by way of his oblique view, to follow a trail into which to insert a meaning with his intervention in the park of Villa Reale, Bernardi Roig attempts to push the viewers further beyond their own view.  All his work has always been based on the close relationship and tension with the memory of images, always using light as a metaphor for memory itself. This is the plot of the story that allows us once again to deal with our visual heredity and put us on the frontline of our emotions.

Through his sculptural work, mainly his white sculptures created from casts of living people, which are a post-mythological reflection on the very meaning of the human figure as a final and solitary presence, Bernardi Roig proposes an itinerary based on strong ideas about the heroic act of looking. By using light, not in order to illuminate but quite the reverse, to blind us, he obliges us to explore an image imprisoned within our memory. 

His latest works are nothing other than an emotion, a contemporary vanitas that we build as a result of the impossibility of creation in order to follow along our path over the ashes of images.